Semplicemente il Re Marcel Hirscher

Semplicemente il Re

«E’ che mi descrivono così». Chiosa rapido Marcel Hirscher sull’elenco di aggettivi e definizioni che, periodicamente, gli vengono affibbiate da media e appassionati di sci, di qui e di là dalle Alpi. Fantastico e burbero, maciste e perfetto, meccanico e nervoso (nella sciata) e – secondo qualcuno – pure antipatico. Niente di più vero, quanto al talento, niente di più falso, quanto al carattere.

Una dimostrazione? Essere un fenomeno anche nelle risposte: mai banale, garbato fino all’ennesima domanda a patto di intuire che la si pone con il cuore e non, appunto, con annoiata consuetudine.

Questo è l’Hirscher che abbiamo visto crescere e cominciare a diventare uomo prima, campione poi. In quattro anni ha rivoluzionato, assieme a un paio di altri colleghi, la sciata, i record e quindi la Coppa del mondo. Piaccio o meno. Provateci voi, a 25 anni, a essere sulla cresta dell’onda ormai da quattro stagioni, con una nazione che ti chiede solo di essere, sempre e comunque, il migliore.

Chiamala se vuoi invidia. Quella che si prova sempre per i primi della classe. La scuola di Marcel è un liceo di vita iniziato con i mondiali junior nei quali, fra 2007 e 2009 ha fatto incetta di sei medaglie. Oggi, in meno di dieci anni, si ritrova con 139 gare di Coppa del mondo in carnet, di cui 96 finite sul podio, comprese le 29 vittorie. Ben pochi i giri a vuoto, proprio come l’ultimo slalom di Wengen, dove ha inforcato.

Ogni sua gara è un nuovo record e tutti a chiedergliene conto: «Dopo Tomba sei l’unico che vince l’overall con due sole discipline», «Ora che hai eguagliato Eberarther, punti certamente a Maier». E via con le domande e lui sempre pacato a rispondere: «Dei numeri e delle statistiche mi occuperò quando sarò in pensione, davanti al camino…».

Intanto spopola nelle pubblicità austriache e in tv finisce anche per uno show autoironico come quello realizzato dal canale Orf, al suo ennesimo trionfale rientro dalla trasferta americana.

Hirscher, fa tutto parte del gioco?

Si, ed è giusto così. Lo sci deve cambiare e deve parlare anche altri linguaggi per non ripiegarsi su se stesso.

Tu però cerchi anche la normalità, appena puoi…

La famiglia, Laura, il mio cane, il motocross d’estate e la neve d’inverno, ma solo per passeggiare in silenzio. E poi Annaberg, dove ancora vivo.

La popolarità è un’arma a doppio taglio: l’hai provato a Schladming, i Mondiali in casa del 2013. Arrivarono l’oro in gigante e l’argento in slalom. Ma che pressione!

Quelle sono state, per ora, le gare più dure della mia vita. Nemmeno a Sochi, dopo la medaglia di “legno” a tre decimi dal podio in gigante. ero così agitato allo slalom, chiuso poi secondo dietro a Matt. Fu una bella lezione. Sono convinto che, paradossalmente, anche a Vail fra pochi giorni avrò meno pressione, pur dovendo difendere i titoli iridati, al punto che potrei anche cimentarmi in superG. Vedremo.

Quanto ai Giochi, i prossimi sono nel 2018 e potresti pensare di non arrivarci da atleta: ci dobbiamo credere?

E’ come chiedermi di statistiche e record da battere. Se ci pensassi forse cambierei la mia azione? La risposta è la stessa. Le cose arrivano se devono arrivare. In questo caso si tratterebbe di fare ancora tre stagioni al top, un ritmo sempre più pesante, perchè il livello è alto e non si vince un’Olimpiade per caso. Per cui, semplicemente, non mi sento di fare previsioni.

Parli da condannato a vincere. E’ una gara contro te stesso?

No, nello sci siamo in tanti. E vanno battuti sempre tutti per vincere.

Ci dispiace guardare ancora le statistiche ma quest’anno hai vinto 6 gare su 12, poi due podi, un settimo posto e due uscite. Non eri mai partito così: ti senti l’Hirscher più forte di sempre?

Mi sento Marcel e basta, che a fine anno fra tosse e bronchite stava a stento in piedi e che ora guarda con entusiasmo alla prossima sfida.

Eppure per le ultime Coppe del mondo era bastato molto meno…

Saranno cresciuti gli avversari?

Non diremmo: ora c’è Jansrud. Vi siete divisi le discipline? Lui veloce, tu tecnico?

Con Kjetil è una battaglia “fair”, molto bella. Però si sa, io preferisco le curve da slalom alle “svolte” da superG.

E con Ligety? Dobbiamo dire addio ai vostri vecchi duelli: ora Mister Giant sembri tu…

A Beaver Creek, però, sulla pista dei mondiali ha vinto lui. Ted è sempre un avversario duro fra le porte larghe!

I tuoi progressi in gigante sono un po’ a scapito della scioltezza in slalom?

In estate, lo vedete chiaramente, ho lavorato molto sulla forza. All’inizio ti senti “imballato” e impieghi un po’ a convertire il vantaggio acquisito anche in scioltezza.

n partenza ti vediamo impegnato in estenuanti circuiti di riscaldamento che abbatterebbero un toro! E’ il segreto del successo?

Questi esercizi sono innovativi e utilissimi, un po’ come la slackline. E poi mi divertono e mi tengono impegnata la mente su altri fronti, per non sentire l’ansia della gara. 

E di pensieri ne hai molti? Per esempio, quello di essere il parafulmine di un wunderteam maschile che, almeno fino alla vittoria di Reichelt sul Lauberhorn, ti chiedeva di suonare un assolo difficilissimo…

Nelle prove tecniche, in effetti, c’è un buco generazionale: oltre a me, ci salviamo ancora grazie a Matt e a Raich. In velocità, fino a qualche anno fa l’Austria lasciava a casa ragazzi per eccesso di “offerta”, ora abbiamo dei campionissimi, ma abbiamo forse steccato la prima metà della stagione.

Del resto tu fai squadra da solo e per te sono state fatte molte eccezioni. Dal papà arruolato in squadra come allenatore alla “licenza poetica” di permetterti attacchi diversi (Marker) rispetto al fornitore ufficiale (Atomic)

Papà è un discorso, i materiali sono un altro.

Allora partiamo da Ferdinand, che è anche la renna che hai vinto a Levi nel 2013 e che hai ribattezzato come il tuo onnipresente babbo. E’ ancora fondamentale?

Papà rappresenta la continuità. E’ stato al mio fianco fin dalle categorie giovanili, curandosi non solo di me, ma anche della logistica e dell’ambiente che mi circondava. Meritava quella renna… dai! E poi non sono l’unico con il babbo in pista.

E sui materiali? Quella concessione è un’apertura storica

Se porta risultati, io non mi opporrei, non credi?

Lucia Galli

NOVEMBRE 2017
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